Come noto 43 sculture di Paolo Troubetzkoy del Museo del Paesaggio sono esposte al Musée d’Orsay di Parigi per la grande mostra monografica Paul Troubetzkoy. Le prince sculpteur dedicata all’artista russo fino all’11 gennaio 2026 e dopo la tappa parigina le opere saranno esposte anche a Milano presso la Galleria d’Arte Moderna (GAM) dal 27 febbraio al 28 giugno 2026. A questa importante occasione di visibilità internazionale per il museo verbanese e per la sua collezione si affianca per i visitatori della sede di Palazzo Viani-Dugnani durante la temporanea assenza delle 43 sculture la possibilità di scoprire una selezione di circa trenta opere di Troubetzkoy solitamente custodite nei depositi del museo. Un’occasione per rivivere storie e suggestioni attraverso il rinnovato allestimento, che permette di conoscere nuovi aspetti del celebre principe scultore. La prima sala è dedicata proprio a Parigi, città in cui Troubetzkoy visse e lavorò a stretto contatto con l’élite culturale e mondana. Qui sono esposti alcuni personaggi dell’alta società parigina che l’artista ebbe modo di conoscere e frequentare. Un’altra sala viene invece dedicata a indiani e cowboy, soggetti che affascinarono Paolo Troubetzkoy fin dagli anni giovanili. L’interesse nacque nel 1891, quando l’artista assistette a Milano all’esibizione del Circo Americano di Buffalo Bill, che portò in Europa l’atmosfera del leggendario Far West. Tra i pezzi più significativi figura la monumentale scultura che raffigura Jean Bugatti alla guida della sua automobile (1929), testimonianza di un importante intreccio tra arte e storia del design automobilistico.
Le visite al nuovo allestimento a Palazzo Viani-Dugnani in via Ruga 44 sono aperte fino al 30 giugno 2026 tutti i giorni (martedi chiuso) dalle ore 10 alle 18; ingresso 8 euro, ridotti (-12,+65) 5 euro. Informazioni 0323 502254, segreteria@museodelpaesaggio.it


Alberto per fare un confronto bisogna avere anche la foto del gesso ! purtroppo nel mio archivio non e presente quindi non si può fare il confronto ! alegar
Questi sono Jean ed Ettore Bugatti: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Ettore_Bugatti_et_son_fils_Jean_Bugatti.jpg
Le differenze sono evidenti.
Questo Ernest Friedrich sulla tipo 13 nel 1911 a Le Mans
https://jenikirbyhistory.getarchive.net/media/ernest-friedrich-at-the-1911-grand-prix-de-france-at-le-mans-5-8a2b4e?zoom=true
Praticamente uguale alle due sculture in gesso. Perché le sculture sono due. Quella nella foto e un’altra più contenuta nelle dimensioni.
Catissimo Alberto , potrebbe essere che Troubetzkoy creando quel gesso volesse magnificare il creatore di tanta meraviglia mettendolo al volante della sua Tipe 13 ,ricordiamoci che Bugatti , come riportato da uno stralcio della Sua Vita “Nel 1898 abbandona la Scuola di Belle Arti per entrare, come semplice apprendista, nella celebre fabbrica milanese, i cui proprietari sono amici del padre; qui Ettore Bugatti partecipa a diverse competizioni in cui può mettere alla prova le modifiche tecniche e meccaniche che lui stesso apporta ai tricicli motorizzati. In questa epoca raccoglie parecchie vittorie, acquisendo una discreta fama nel mondo delle corse ” non è detto quindi che oltre ” il pilota ufficiale ” Ernest Friderich qualche giretto l’abbia fatto anche Lui sulla Sua Creatura quindi l’attribuzione potrebbe essere giusta.
Comunque al Museo del Paesaggio manca un personaggio del calibro del Prof. Gianni Pizzigoni, che senza il quale probabilmente non ci sarebbe stato il Museo di oggi!
E nessuno sembra ricordarsi di Lui , neanche l’ assessore alla cultura che si vantava di essere Suo amico . Alegar Ugo Lupo
Non ci possono essere dubbi. Non è né lo sfortunato Jean, né Il padre Ettore.
È il baffuto Friderich sulla Pur-Sang evoluzione della Type 10 anteguerra. La scultura parla da se.
https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Ernest_Friedrich_at_the_1911_Grand_Prix_de_France_at_Le_Mans_(4).jpg
Chiamare Jean Bugatti l’uomo al volante del gesso di Troubetzkoy non è una svista innocua: è un errore alla memoria e a chi – come Ernest Friderich – rischiò la vita su quei primi bolidi. Correggere l’attribuzione non è un vezzo ma un dovere verso il pubblico e verso i protagonisti veri di quelle imprese.
Come se sulla didascalia di una Red Bull RB19 ci fosse scritto: pilotata da Adrian Newey invece di Max Verstappen. Il disappunto sarebbe immediato. Eppure il Museo del Paesaggio persegue nell’errore e non racconta l’opera. Opere che ritraggono persone e momenti che vanno spiegati e contestualizzati al tempo in cui furono ritratti.
Quel gesso, datato per anni 1929 per comodità o disattenzione, parla un’epoca diversa. Il bordo dell’abitacolo e la fisionomia della vettura rimandano alla Bugatti Tipo 13 note come pur-sang “purosangue” in linea con i sentimenti che questo progetto senza compromessi aveva per Ettore Bugatti e a un periodo più eroico, quando le corse erano prove di coraggio e i piloti figure leggendarie. La Tipo 13 non è una sigla tecnica: è il teatro di una scommessa vinta da Ettore Bugatti e dal suo pilota, Ernest Friderich, che con leggerezza e audacia coniarono una filosofia: “light is right” che contrastò avversari più potenti.
Il Museo ha il dovere di far parlare le proprie opere con chiarezza e onestà storica: correggere la didascalia, documentare le ragioni storiche e documentarie della rettifica, restituire al pubblico la verità storica. Solo così onorerà davvero la memoria di chi, come Ernest Friderich, ha scritto pagine decisive della modernità.
Il Museo del Paesaggio proponga una sponsorizzazione con chi trasforma la plastica: Plastipak, lanciando un nuovo progetto: “Recycle Troubetzkoy”. La risposta concreta a un problema antico: la fragilità dei gessi, la dispersione dei bronzi, la cura delle forme a rischio. La scansione 3D dei gessi originali di Paolo Troubetzkoy fissa l’opera in un’impronta digitale fedele, tutela l’originale e apre a studi, didattica e accesso globale senza spostare i pezzi fragili.
La digitalizzazione è il primo atto; il secondo è audace e responsabile: trasformare la plastica raccolta in città in repliche stampate in 3D, prodotte localmente e certificate. È un gesto che coniuga tutela del patrimonio ed economia circolare, raccontando il territorio di Verbania e la sua industria. Le repliche in polimeri riciclati non sostituiscono bronzi e gessi: li raccontano. I bronzi restano rari e di proprietà privata, i gessi rimangono al sicuro; le copie entrano nelle scuole, nelle piazze, nei negozi e nelle case, ampliando il pubblico e diffondendo il museo.
Il tono è neopop: classicità ripensata in serie, scalabile e sostenibile — ironica e accessibile, ma rigorosa nella qualità. Rimangono questioni etiche: dove finisce la tutela e dove inizia il mercato? Chi decide il confine tra omaggio e mercificazione? Perciò il museo deve restare custode e arbitro: mantenere la proprietà intellettuale, sovrintendere la qualità, identificare chiaramente ogni copia come riproduzione numerata e destinare i proventi alla conservazione, alla ricerca e alla didattica. Plastipak garantisca trasparenza della filiera, tracciabilità del materiale e investa in formazione per il personale museale.
Guidato da rigore scientifico, chiarezza contrattuale e comunicazione attenta, “Recycle Troubetzkoy” può essere una lezione: la tradizione non si vende, si moltiplica per servire la memoria, trasformando il gesso primario in un patrimonio riproducibile, sostenibile e divulgabile.