PER GRAZIA RICEVUTA

PER GRAZIA RICEVUTA

p.G.R. – per Grazia Ricevuta

“Ecco che ti rivedo dopo tanti anni, o luogo dove mi venne stroncata una brillante carriera”.

Così dissi tra me e me, tra il lirico ed il retorico, ma sorridendo piuttosto sconsolato e disincantato. 

Mi trovavo davanti alla piccola chiesa di San Rocco nel cuore vecchio e stanco della cittadina di Intra, dove ero giunto girellando di qua e di là per vie e viuzze in una fredda e ventosa giornata invernale. Come mi capita da qualche tempo, ero sbarcato nella mia cittadina natale arrivando dal varesotto, spinto dall’inarrestabile “richiamo della foresta”; un paio d’ore, due passi senza meta, e poi di nuovo via, in terra lombarda dopo aver fatto il pieno di “intranite”. Del resto capita sempre così, quando, dopo decenni di separazione, si torna nei luoghi in cui si sono trascorsi gli anni dell’infanzia e della prima gioventù: la prima cosa che si fa è andare inconsapevolmente alla ricerca dei ricordi, che andrebbero lasciati tranquilli senza inseguirli accanitamente per tentare di farli rivivere, operazione sempre dolorosa.

Nella chiesa di san Rocco avevo iniziato, bambino di dieci anni, la mia carriera di chierichetto, partendo umilmente dal primo livello di assistente organista. Il mio modesto compito si riduceva esclusivamente a girare la manovella del mantice dell’organo, per tenerlo pieno d’aria mentre l’organista suonava. Sotto lo sgabello, da cui operavo, aveva nascosto alcuni giornalini, per cui, così defilato, riuscivo a sfogliarli, tenendo sotto controllo ogni tanto con un’occhiata il mantice e dandomi da fare con la manovella, specie dopo qualche accordo eseguito dall’organista a piena voce in do maggiore. Ogni tanto però mi immergevo così profondamente nella lettura dei giornalini, che il mantice si sgonfiava quasi completamente e il suono diveniva all’improvviso flebile. “Aria! aria!” – gridava allora l’organista in affanno, diventando cianotico come se l’aria mancasse a lui stesso e non al suo strumento.

La cosa divenne in breve tempo così abituale, che il povero organista, non volendo sfigurare durante le funzioni, si vide costretto a chiedere al parroco una rapida sostituzione del suo poco attento aiutante. Sfruttando il fatto che, per motivi d’età, era in corso una rotazione di chierichetti, il sacerdote mi inserì tra questi e feci in questo modo certo poco meritato un passo avanti nella mia carriera. Fu questo un caso classico di “promoveatur ut amoveatur”.

Grazie a questa insperata promozione, intravidi dunque come possibile il raggiungimento in tempi brevi dell’ultimo gradino della carriera, che consisteva nel servire Messa. Ma così non fu!

Il gran giorno dell’investitura ufficiale avrebbe dovuto avvenire la domenica di Pasqua del 1953: in quell’occasione sarebbero stati messi in pista tutti i chierichetti disponibili. Il venerdì mattino della settimana Santa m’ero dato un gran da fare, in quanto per il pomeriggio bisognava preparare i Sepolcri, come si diceva allora. La cosa un pochino mi impauriva, in quanto si doveva andare nella parte più riposta della sacrestia, aprire le ante polverose di certi armadioni, ove erano riposte le statue in cartapesta del Cristo deposto, di truci soldati romani e della Madonna dei sette dolori. Il tutto sotto lo sguardo di Santi e Santini, raffigurati in grandi quadri, con il contorno di altri quadretti più piccoli, con dipinte scene raccapriccianti di incidenti, uomini squartati ed altre nefandezze simili: su tutti c’erano dipinti, a grandi caratteri spesso incerti, le lettere “G.R.” o “p.G.R.”. “Vorranno significare pittore G. R.” – pensavo ingenuamente – “saranno tutti dipinti del pittore Giuseppe Rinaldi, mio nonno!” Infatti mio nonno Giuseppe, morto nel 1948, fu un pittore non minimo.

La cosa piuttosto spaventosa dell’allestimento dei Sepolcri consisteva nel fatto che le statue venivano riposte negli armadioni tutte smontate, per cui bisognava infilare in quei corpi monchi gambe sanguinolente e capi sconvolti dal dolore. Ma l’operazione più terrificante di tutte consisteva, ricostruita e collocata la Madonna sull’altare, nel configgerle nel cuore ben evidente e rosso di sangue le sette spade, una per ogni dolore da lei subito. Io tremavo tutto nel compiere quell’operazione e, ad ogni spada che infiggevo nei fori già predisposti della statua, ero certo che, come minimo, sarebbe zampillato del sangue vero. Oltretutto la Madonna mi guardava fisso con due grandi occhi sbarrati ed allora, prima di compiere quell’operazione, coprivo il volto della statua con veli neri, lutto evidente per il Figlio morto, che giaceva disteso inerte ai suoi piedi tra soldati romani irridenti. 

Il pomeriggio del Venerdì Santo era tutto pronto e le statue erano allestite in bell’ordine, collocate davanti all’altare. Io ero in sacrestia ed osservavo compiaciuto, attraverso le sbarre di ferro battuto del finestrino, l’opera che aveva compiuto tutto da solo, perché se c’era da lavorare sul serio i chierichetti ufficiali se la squagliavano, pronti però a far valere il proprio grado quando, finita la Messa domenicale, c’era da terminare il vin santo rimasto nelle ampolline dopo la consacrazione.

C’era stato un gran via vai quel pomeriggio per la chiesa, in quanto era ancora usanza pia ed obbligatoria il giro dei Sepolcri allestiti nelle varie chiese della parrocchia. Ora stava venendo sera e nella chiesa semi-buia era rimasta solo una ragazzina, che stava pregando inginocchiata sul primo banco, per pentirsi di chissà mai quali peccati. Io l’avevo già notata altre volte, perché la ragazza andava a Messa tutte le domeniche e si sedeva, molto compunta ed attenta, sempre sullo stesso primo banco, per cui, attraverso le grate del finestrino della sacrestia, da dove seguivo la funzione, avevo avuto modo di osservarla a lungo. La ragazzina aveva più o meno la mia età, portava in testa un leggero velo azzurro, che non riusciva però a contenere dei lunghi capelli neri, che le scendevano ben pettinati sulle spalle, mettendoli quindi ancora più in evidenza: aveva un viso affilato e bianco, sul quale risaltavano due sottili labbra rosse; quel venerdì Santo la ragazza indossava un abitino vaporoso ricco di fiori colorati, in sintonia con la primavera che stava sbocciando tra mille profumi e che, sorridente, riempiva già di sé tutto il lago Maggiore.

Pensai di farmi notare, dandomi la giusta importanza. Uscii con un poco di batticuore dalla sacrestia; con fare sicuro mi misi a spostare leggermente le statue, come se la posizione in cui si trovavano non mi soddisfacesse completamente, affinché fosse chiaro che ero io il padrone della baracca, come s’usa dire.

La ragazzina alzò il capo osservando tutto quel gran movimento; forse mi riconobbe anche, perché durante la messa domenicale attraverso le grate i nostri sguardi s’erano più volte incrociati. 

“Ciao” – le dissi dall’altare, preso il coraggio a due mani, aiutato in ciò dall’essere la chiesa completamente deserta; scesi i due gradini dell’altare, pensando con furia quale scusa estrarre dal mio cilindro di prestigiatore per attaccare discorso con la ragazza; all’improvviso ebbi un’idea praticamente geniale e dissi tutto d’un fiato: “Io sono il nipote del pittore della chiesa: molti quadri in verità li ho dipinti io”.

e se l’avevo proferita con il massimo della serietà possibile, e la ragazza ebbe un giusto sorriso di incredulità. “Non ci credi?” – ormai avevo imboccato una strada e dovevo percorrerla fino in fondo. “Se non ci credi, vieni, che ti faccio vedere con i tuoi occhi”. Così dicendo, osando come non avrei mai creduto di poter osare, la presi per mano e la guidai in sacrestia. La ragazza mi seguì docilmente, più incuriosita che intimorita; entrata in sacrestia, fu circondata da quell’aria di muffa, che devono obbligatoriamente emanare tutte le sacrestie degne di questo nome. Sempre tenendole ben stretta la mano, la portai verso il fondo dello stanzone, dove, accanto ai grandi armadi, v’erano appesi tutti quei quadretti con cornicette d’oro e d’argento con dipinte in modo un poco ingenuo ed infantile le scene più strane di incidenti e salvataggi e riportanti la sigla misteriosa di cui s’è detto.

“Vedi” – dissi con un tono professionale alla ragazza, come se fossi stato un Cicerone in un museo – “in tutti questi quadri c’è la firma di mio nonno pittore, c’è scritto p.G.R. e cioè… ” ma non finii di parlare.

“Scemo” – disse la ragazzina ridendo – “e scema io a venirti dietro: la firma che tu dici non è una firma, ma vuol dire, se proprio non lo sai, per Grazia Ricevuta”.

Ci rimasi non male, ma malissimo, però non ebbi tempo di riflettere più di tanto su questa prima amara sorpresa che mi aveva riservato la vita, perché per la chiesa risuonò, come se fosse stata quella di Dio proveniente direttamente dal cielo attraverso uno squarcio delle nuvole, una potente voce che, rimbombando a lungo per le volte della navata, chiamava imperiosamente: “Bambin! Bambin! Dove sei?” Fosse stata la voce che mi interpellerà nel giorno del giudizio universale, non avrebbe potuto essere più terrificante: in realtà il richiamo proveniva molto più modestamente da don Aurelio, il sacerdote, che, giunta sera, veniva a controllare il lavoro che avevo fatto.

Sussultammo dalla paura, come se fossimo stati sorpresi a fare chissà che, e ci guardammo terrorizzati negli occhi, indecisi su cosa fare per uscire da quell’impiccio. Come sempre nella vita, venne subito scartata la cosa più ovvia, in quanto lo spiegare la pura verità non era certo una strada percorribile, poiché era del tutto evidente che nessuno al mondo – e figuriamoci il sacerdote  – avrebbe creduto mai nella nostra innocenza, sorpresi mano nella mano, in luogo sacro, in giornata sacrissima. Ebbi un lampo di genio: in punta di piedi raggiunsi l’armadio più grande, quello che di solito conteneva la Madonna, aprii lentamente l’anta, feci entrare la ragazza e poi entrai io stesso, richiudendo l’anta, silenziosi ed immobili, trattenendo il respiro, proprio come faceva la sacra statua quando veniva riposta per un anno intero.

“Bambin, bambin, dove sei?” – continuava a chiamare don Aurelio risalendo la chiesa a grandi passi, che risuonavano sempre più forti. Il sacerdote, continuando a frugare con lo sguardo i banchi e scostando con la mano la tendina del confessionale per cercarmi, s’accorse che in sacrestia c’era una luce accesa e quindi ne concluse che mi dovevo  essere nascosto lì. Entrato nello stanzone, il sacerdote sentì, soffocato ma perfettamente udibile, uno starnuto provenire dal grande armadio in fondo alla sacrestia.

“Cos’altro stai combinando, Bambin? Dove ti nascondi? E perché fai quella vocina?” disse don Aurelio, orientando le sue ricerche verso il fondo della sacrestia e non potendo immaginare che a starnutire era stata invece la ragazza, dal momento che non era abituata, come il suo disgraziato compagno di disavventura, all’umido di quel posto muffito.

Il sacerdote si avvicinò all’armadio, aprì l’anta e contemporaneamente emise un urlo, così forte che lo sentirono anche fuori di chiesa, fin sul lungo Lago e forse addirittura in cielo, facendo sussultare angeli ed arcangeli. Lo spettacolo disdicevole che si presentò agli occhi esterrefatti del sant’uomo all’interno del grande armadio fu quello di me medesimo abbracciato a Mariuccia, proprio la più brava e giudiziosa delle sue ragazze, che seguiva il catechismo con assiduità e profitto. Restai come paralizzato, incrociando gli occhi di fuoco del sacerdote, anche perché non era vero, come gli era sembrato, che stessi abbracciando Mariuccia: in verità e più semplicemente con grande fatica la stavo sorreggendo, perché la ragazza, all’aprirsi delle ante ed alla conseguente vista del sacerdote, era svenuta e s’era lasciata cadere tra le mie braccia più pesante della sua anima in quel momento. Inutile dire che fu in quel frangente e a causa di quello spiacevole incidente, nonché disdicevole malinteso, che s’interruppe per sempre la mia già poco brillante carriera para-clericale.

Mi rimbarcai verso la terra lombarda, la giornata era gelida, forse avevo preso freddo, perché la roca sirena del traghetto mi sembrò, facendomi rabbrividire, il grido di don Aurelio, ma ricevetti dal cielo una Grazia inaspettata, perché il viso della ragazzina che mi servì al bar un caffè caldo, sì, non c’erano dubbi, come dimenticarlo? era proprio il viso di Mariuccia, pia ragazzina mai più vista dopo quel Venerdì Santo del 1953.

Quella visita a san Rocco, quel ricordo, mi costò un’influenza e due giorni di febbre. Ah, mai stuzzicare i fantasmi di lago, sono tremendi, non muoiono mai.

Liborio Rinaldi

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